Il Forte che non dormiva mai: i miei anni “Sapore di Mare” (senza saperlo)
C’è una strana magia nel rendersi conto, a distanza di trent’anni, di aver vissuto un mito mentre stava accadendo.
In questi giorni, osservando la calma impeccabile di Forte dei Marmi, il mio pensiero è tornato ai riti della mia giovinezza. Negli anni Novanta, la vacanza non iniziava ad agosto, ma in primavera. Ci si ritrovava con la “comitiva”, si partiva per scegliere la casa che sarebbe diventata il nostro quartier generale. Non era solo un affitto; era la posa della prima pietra di un’estate che sognavamo infinita.
A quei tempi, la luce del sole era quasi un fastidio, un intervallo tra una festa e l’altra. La notte era il nostro vero elemento. Si viveva per il buio, per quel rito collettivo che ci portava ogni sera a scegliere tra il Faruk, la Bussola o l’immancabile Capannina. Eravamo i protagonisti di una pellicola che ricordava Sapore di Mare, ma non ne avevamo la consapevolezza. Non sapevamo di essere “iconici”; eravamo solo giovani e affamati di vita.
Il risveglio non aveva orari, o meglio, ne aveva uno solo: mezzogiorno. La colazione diventava automaticamente pranzo a Vittoria Apuana, in quel bar dove la leggenda voleva che si incontrasse Mina. Io, Mina, non l’ho mai incrociata, ma il solo pensiero che potesse essere lì, seduta a pochi tavoli da noi, rendeva tutto più magico.
E poi c’erano i sapori che oggi cerco ancora tra le vie del Forte, ma che non sanno più di “quella” libertà: le focaccine di giorno, divorate tra un bagno e l’altro, e le paste calde alle tre o alle quattro del mattino, quando l’aria si faceva fresca e il giorno stava per ricominciare. E se il tempo tradiva? Si saltava in auto verso Pisa o Viareggio, perché restare fermi non era un’opzione. E poi c’era il rito dei riti: il dieci agosto. La sera di San Lorenzo ci si ritrovava tutti al Bagno San Camillo. Ci sdraiavamo sulla sabbia a guardare le stelle cadenti, con il naso all’insù e i sogni in tasca Vivere quegli anni senza sapere di essere dentro un’epoca d’oro forse è stato il regalo più grande. La spensieratezza non si può programmare.
Oggi, quando scrivo per la mia agenzia di stampa (Tilancio.com) della trasformazione del Forte, della sua nuova esclusività basata sul prezzo e sul silenzio, non posso fare a meno di sorridere. Il lusso di oggi è fatto di privacy e ville straordinarie che sono capolavori architettonici. È un lusso che cerca la bellezza naturale e la distanza sociale.
Ma il “mio” lusso era diverso. Era la condivisione, era il rumore, era il sentirsi parte di una comitiva che possedeva l’estate.
Forte dei Marmi ha perso quel tipo di lustro mondano? Forse sì. Ma ha guadagnato una dignità estetica e un’esclusività per pochi che la rendono ancora la regina della costa. Io sono felice di aver vissuto entrambe le versioni: quella che urlava la sua bellezza in pista e quella che oggi la sussurra tra i pini di Roma Imperiale.
Forse il vero lusso, alla fine, è proprio questo: aver avuto la fortuna di esserci allora e la capacità di capirne il valore oggi.
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