L’Italia: Il Bel Paese prigioniero di se stesso
Viaggiare apre gli occhi, ma soprattutto scuote le certezze. Confrontandosi con il mondo, ci si scontra con una verità amara: noi italiani viviamo spesso convinti di essere, sempre e comunque, i “numeri uno”. Siamo cullati dal mito del primato — culturale, estetico, gastronomico — che finisce per trasformarsi in un’arrogante miopia.
Viviamo indubbiamente nel Paese più bello del mondo, ma la bellezza non basta se diventa un alibi per non evolversi. Spesso ci mostriamo chiusi al cambiamento. Guardiamo al cambiamento con sospetto invece che con curiosità. Dove il merito soccombe alla conoscenza giusta e la burocrazia soffoca l’iniziativa. Facciamo fatica ad ammettere che gli altri possano fare meglio. Persino dai nostri vicini francesi — verso cui nutriamo una storica rivalità — avremmo molto da imparare in termini di pragmatismo e onestà intellettuale nel riconoscere i propri limiti per superarli.
È l’eterna dicotomia italiana: siamo il posto migliore del mondo per godersi la vita, per la qualità del tempo e delle relazioni, ma forse l’ultimo per costruirsi un futuro professionale solido e trasparente. Se il “vivere” è un’arte in cui non abbiamo rivali, il “lavorare” è diventato un percorso a ostacoli fatto di vecchie logiche e poca visione.
Dovremmo imparare l’umiltà di sentirci di nuovo “allievi” del mondo. Solo così potremo smettere di essere un museo a cielo aperto, bellissimo ma immobile, e tornare a essere un Paese vivo.
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