L’ERA DEL “CODICE” UNIVERSALE: PERCHÉ L’INFORMATICA RECLAMA IL SUO POSTO TRA LE LEGGI DELLO STATO
Per secoli, la convivenza umana è stata regolata da quattro pilastri fondamentali: il Civile, il Penale, l’Amministrativo e il Militare. A questi si è aggiunto, nel secolo scorso, il Codice della Strada, per disciplinare una tecnologia — l’automobile — che aveva cambiato la nostra geografia. Oggi, guardando ai passi da gigante fatti dallo sviluppo tecnologico, sorge una domanda inevitabile: è giunto il momento di redigere un Codice Informatico?
Siamo passati da un’informatica intesa come “strumento” (una calcolatrice evoluta) a un’informatica intesa come “ambiente”. Oggi non usiamo internet, viviamo in internet. La realtà aumentata, l’intelligenza artificiale e la gestione dei dati non sono più accessori della vita quotidiana, ma il tessuto stesso su cui si poggiano i diritti fondamentali.
Mentre il Codice Civile si occupa di proprietà e contratti, l’informatica introduce il concetto di proprietà digitale algoritmica. Mentre il Codice Penale persegue il furto, l’informatica si scontra con l’identità violata in mondi virtuali. La frammentarietà delle leggi attuali (sparse tra normative sulla privacy, regolamenti UE e leggi speciali) non basta più.
Un vero e proprio Codice Informatico servirebbe a colmare i vuoti lasciati dalla velocità della tecnica. Chi è il “giudice naturale” in un conflitto che avviene su server distribuiti in tre continenti diversi? Se un’AI del Pentagono commette un errore in un contesto di computer warfare, o se un’auto a guida autonoma causa un incidente, chi risponde? Il Codice Penale attuale fatica a trovare un colpevole umano. Così come regoliamo i flussi di traffico per evitare il caos nelle città, avremmo bisogno di regole certe per il traffico dei dati e la gestione delle “corsie preferenziali” della connettività (Net Neutrality).
Lo sviluppo informatico ha fatto passi da gigante, ma la legislazione arranca. Spesso ci affidiamo alla “lex informatica” — ovvero alle regole scritte dai privati (Meta, Google, Amazon) nei loro termini di servizio — rinunciando a una quota di democrazia.
Un Codice Informatico nazionale e internazionale non servirebbe a imbrigliare l’innovazione, ma a garantirne la sopravvivenza etica. Se il codice software è la legge che muove il mondo moderno, è tempo che la Legge (quella con la L maiuscola) impari a leggere e scrivere quel codice.
Il progresso ci ha portato a un bivio: continuare a rattoppare vecchi codici ottocenteschi o avere il coraggio di scriverne uno nuovo, capace di parlare la lingua dei bit. Dopo il mare, la terra, l’aria e lo spazio, il “quinto dominio” informatico merita la sua Costituzione.
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