Il paradosso del Dragone: quando la copia umilia l’originale
C’è stato un tempo in cui “Made in China” era sinonimo di plastica economica, loghi contraffatti e tecnologie di seconda mano. Un’epoca in cui l’Occidente guardava a Pechino con la sufficienza di chi possiede il genio creativo, convinto che i cinesi fossero solo formidabili esecutori di fotocopie. Ma quel tempo è finito. Oggi, a furia di copiare, studiare e smontare i giocattoli degli altri, la Cina ha imparato a costruirne di migliori, diventando paradossalmente “più brava degli originali”.
Il segreto di questo sorpasso non sta solo nella manodopera, ma in una spietata capacità di ottimizzazione. Se l’Occidente ha inventato l’auto elettrica e il pannello solare, la Cina li ha resi scalabili, accessibili e, infine, tecnologicamente superiori.
Prendiamo il settore dell’automotive. Per decenni i produttori cinesi hanno replicato il design delle berline tedesche. Oggi, giganti come BYD o Xiaomi non copiano più: dettano il ritmo su batterie e software, costringendo i colossi europei — rimasti fermi ai fasti del motore a scoppio — a inseguire con il fiatone. Lo stesso vale per il settore digitale: mentre noi cercavamo di capire come usare Facebook, Pechino creava WeChat, una “super-app” che rende i nostri sistemi di pagamento e messaggistica obsoleti pezzi di antiquariato.
Il caso di AstraZeneca, che annuncia 15 miliardi di dollari di investimento in Cina, o la riduzione dei dazi sul whisky scozzese concessa a Keir Starmer, non sono solo mosse commerciali. Sono il riconoscimento di un nuovo centro di gravità. La Cina è diventata il laboratorio del mondo non più perché costa poco, ma perché corre più veloce.
Hanno copiato il nostro capitalismo, ma lo hanno reso più feroce e centralizzato. Hanno copiato le nostre università, ma oggi sfornano più ingegneri di tutto l’Occidente messo insieme. Il risultato è una “copia” che ha sviluppato una muscolatura tale da rendere l’originale fragile e lento.
Mentre i leader occidentali come Starmer o il canadese Carney fanno la fila alla corte di Xi Jinping, emerge una verità scomoda: non stiamo più andando a vendere il nostro “know-how” a un partner arretrato. Stiamo andando a cercare stabilità da chi ha capito come far funzionare la modernità meglio di noi.
Il Dragone non si accontenta più del riflesso: ha preso lo specchio, lo ha infranto e ne ha costruito uno più grande, in cui l’Occidente oggi si riflette scoprendosi, improvvisamente, un po’ più vecchio.
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